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August 02

I tramonti a ngazobil

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E quando il cielo ritrova finalmente il suo colore vivo azzurro, dopo che il sole possente ha slavato e soffocato la sua tinta naturale per tutto il giorno, é lì che il sole morente tinge d'arancio le nubi increspate all'orizzonte ed avvolge la terra per pochi attimi in un velo dello stesso colore. L'arancione e l'azzurro vivo del crepuscolo allora duettano in un breve spettacolo di immensa bellezza. Poi d'un sol colpo il sole scompare all'orizzonte. Resta il fragore del mare in lontananza, gli insetti e le zanzare si impossessano della terra e la notte cala frettolosamente.
Tale era, sovente, il tramontar del sole a Ngazobil.
May 19

spaghetti aglio e olio

A Marcel Proust capitò intingendo una madalaine nel Thé, a me capito pensando agli spaghetti aglio e olio mentre cercavo di addormentarmi da due ore nella mia silenziosa stanza di Lisieux. Ripensavo ripercorrendo quel sapore, tanto semplice eppure tanto antico, alla villa dei miei nonni a Castelvolturno. Mia nonna e la sua veste nera a fiori, il suono tutto estivo degli zoccoli sul selciato, la salsedine nell'aria, la sabbia sul pavimento e mia zia sempre li a spazzarla, il gran tumulto di parenti e cugini nel cortile. Un po' detestavo quel posto, eppure quando si decise di vendere la villa ci rimasi male. L'acqua di certo non azzurra, la pineta e le passeggiate in bicicletta affiorarono dalla nebbia dei miei ricordi di bambino. Andavamo tutti al lido "Il Delfino", da quando mio nonno era in vita. Una spiaggia immensa, i biliardini e la rete da pallavolo. I pomeriggi alla villa era il momento del gelato, la busta stracolma di coni che qualcuno andava a riempire per tutti. Era l'estate del 94' ed io mi addormentai sul tappeto davanti alla televisione. Gli adulti dietro di me si disperavano. Feci fatica a tenere gli occhi aperti, ma non potrò mai dimenticare un uomo con le mani nei capelli e lo sguardo infinitamente triste. Era Roberto Baggio e noi avevamo perso la finale. Avevo appena nove anni. Mi ricordai del percorso in macchina per arrivare alla spiaggia, costeggiavamo i lidi attraverso un sentiero di arida macchia mediterranea, io tenevo la testa fuori dal finestrino. Avevo paura dei serpenti : " fai attenzione alle vipere che si nascondono sotto i sassi " mi diceva mio padre. E poi dopo le fatiche del mare, il pranzo che attendevamo sempre impazienti come una benedizione divina. Quel giorno mia zia propose per fare in fretta : " due spaghetti aglio e olio per tutti ".
April 17

La guerra dei poveri. Terza e ultima parta

La guerra dei poveri. Terza e ultima parte.

 

 

Concetta si fece un segno della croce con gesti convulsi : “ Gesù mio, speriamo che siamo giunti in tempo”

“ penso di si, eccoli stanno là”, gli rispose Antonio, mentre Concetta faceva scendere la bambina,  anch’essa stremata dal caldo.

Ad attenderli all’ombra di un porticato c’erano sua sorella Rosaria, donna di cinquant’anni chiaramente testimoniati dall’esplosione di grasso con la quale riempiva una veste rossa a fiori bianchi e suo marito Carlo, detto Carluccio, un uomo corpulento e dall’aspetto rude, i capelli grigi e fronte ben in vista, che indossava un osceno pantaloncino di jeans ed una canottiera giallo stinto. Era stata Rosaria che quella mattina aveva chiamato Antonio, dicendogli di correre lì.  I due si fecero incontro rapidamente agli Sciarra :

“ce n’avit messo e’tiemp. Secondo me ce la facciamo giusto giusto “, disse con voce grossa Rosaria

“ a’vecchia nun è ancora venut, ma e’cinq o funeral firnesc “ , gli fece eco con voce grossa il marito, mostrando l’orologio. Erano le cinque meno un quarto.

“ teniamo un quarto d’ora, aro stà a’mess“, chiese Antonio

  San Nicola, a dieci minuti a piedi” gli rispose l’omone

“ facimm ambress allora, mettimmec a’rint”.

Scattarono tutti subito. Per loro fortuna si trattava soltanto del secondo piano e con l’Apecar non avevano potuto portare dietro gran ché. Venti minuti sarebbero stati più che sufficienti per portare tutto sopra. Carluccio e Antonio scaricarono un materasso, mentre i ragazzi provvedevano a portare giù il resto. Dovevano sbrigarsi per evitare di essere visti da troppa gente. Sarebbero bastati due o tre viaggi, le donne si caricarono di bagagli, la stessa cosa fecero i ragazzi. Tutti in fila indiana dietro i due uomini, che rapidamente salivano le scale. Sul pianerottolo, Carluccio che guidava la carovana si fermò. Fece segno ad Antonio di lasciare a terra il materasso. Si trovava giusto davanti alla porta marrone, al secondo piano. Era l’appartamento della Signora Mariateresa Musumuci, vedova di un medio guappo degli anni ottanta, tale Pascale o’ Furius. Sola e con soli due figli, uno emigrato nel Friuli, l’altro di trentacinque anni in carcere. La donna occupava abusivamente quello spazio da cinque anni ormai, e per la legge dell’usucapione era diventata la sua casa. In realtà non si trattava in origine di un vero e proprio appartamento, ma di uno spazio condominiale che nella creatività stralunata di chi aveva progettato quello scellerato parco e quegli scellerati edifici doveva servire da spazio di socializzazione per gli abitanti dello stabile o cose del genere. Non poteva servire ad altri scopi, ma nessuno lo aveva mai predisposto per quello che era il suo vero e proprio fine. Ed allora da vent’anni, quello come decine e decine di altri locali del parco Celeste passava da occupante a occupante per mezzo della legge ineluttabile del più forte e del più opportunista. Con marito e figli la vecchia aveva preso possesso dello spazio condominiale, fatto diventare un vero e proprio appartamento, ad una famiglia di sette persone che si era concessa di festeggiare pur in gran segreto, una prima comunione ed aveva lasciato la casa incustodita. La signora Musumeci invece era rimasta segregata in casa per cinque anni, senza mai lasciare il suo tetto, senza mai uscire. Aveva deciso di farlo per sua sfortuna quel giorno, 12  Agosto in cui tutti poveri e non, se ne vanno al mare. Non poteva perdere il funerale dell’ultimo dei suoi fratelli e non aveva più nessuno ormai che potesse badare alla sua casa. Era uscita spulciando fremente le decine, i misteri luminosi ed i misteri dolorosi di un vecchio Rosario. Non pregava di certo per suo fratello, ma per la sua casa.

 

 

Carluccio il grosso stette pochi istanti davanti alla porta, poi senza pensarci su più di una volta sferrò un calcio portentoso che mando in pezzi la serratura. Quello che successe dopo furono dieci minuti di incessante brulicare di uomini e donne. Borse e suppellettili portate dentro, poi mobili e cose che uscivano nella direzione inversa.

Ognuno aveva il compito di svuotare una stanza, e di farlo nel più veloce tempo possibile ed  in breve il pianerottolo del piano antistante alla casa e quello del piano terra divennero inaccessibili. Mobili, oggetti vari, cassetti ricolmi di vecchia biancheria, abiti rivestiti di cellophane conservati in memoria del guappo defunto e poi soprammobili, una gondola in miniatura, una cristalliera, un vecchio televisore, materassi e finanche un orologio a pendolo che non doveva funzionare da anni furono portati fuori. Molto di quello che avevano trovato nella casa era un dispetto all’utile, i ragazzi per fare in fretta e reggere il passo degli adulti si misero a gettare cose dalle finestre direttamente dalla strada. Cinque anni vita della vecchia furono scuoiati, sventrati, sbudellati e fatti a pezzi. Scaraventati lì sull’asfalto, senza pudore, tra i rifiuti di una della tante emergenze rifiuti che si ammassavano ai piedi del marciapiede, sui pianerottoli polverosi di quei palazzi abbandonati da Dio. Eppure, per ironia della sorte,  la signora Musumeci era una di quelle donne maniacali per tutto quanto riguardava la pulizia e l’ordine della sua casa. Nulla di eccezionale, un ingresso che conduceva ad un soggiorno sulla sinistra e che serviva da camera da letto al suo unico figlio quelle volte che questi si trovava a casa, la camera da letto matrimoniale sulla destra, poi una sala da bagno ed una cucina, le pareti divisorie tra le camere  di cartongesso e buona parte delle mura portanti dell’appartamento  rigate dall’umidità che si era fatta prepotentemente avanti nella casa. Tuttavia accogliente visto quello che la vecchia era riuscita a farne di un simile ambiente, che ora spoglio dei suoi ornamenti faceva sfoggio di tutta la sua innata bruttezza. Era una casa, era pur sempre una casa che nessuno si lamentasse pensava Antonio Sciarra che aveva avuto il compito di portare fuori con l’aiuto del mastodontico cognato i pesanti armadi, il cassettone, il materasso e l’improbabile struttura del letto della camera dei coniugi Masumeci. Rimanevano solo poche cose ancora da portare fuori, lo poteva fare anche da solo : un ventilatore, un piccolo televisore ed un quadro di media grandezza a sovrastare il cassettone che già avevano provveduto a portar fuori. Al quadro non ci aveva fatto tanto caso fino ad allora, però si mise a fissarlo e rimase di colpo impietrito.  Era una raffigurazione religiosa, un dipinto ad olio proveniente dalla festa dei Fujenti e che era stato regalato al marito della Masumeci almeno venti anni prima. La donna lo conservava come una reliquia, convinta che avesse un qualche valore artistico ed in casi di emergenza economico ( non se ne sarebbe mai privata comunque, ultima vestigia dell’antica effimera potenza del  marito defunto ). Vi era ritratta una donna, vestita ed in tutto e per tutto una madonna, nell’atto di sgozzare un uomo disteso su un letto di drappi d’oro e velluto rosso. L’uomo era circondato dai segni del vizio, due donne addormentate e nude in un angolo, banconote sparse per terra, una bottiglia stretta a malapena nella mano penzolante dal letto.  Era completamente nudo, solo un panno bianco a coprirgli i genitali e le gambe. La madonna, in una veste azzurrina bordata da un  vaporoso scialle  azzurrino  gli conficcava una lama nel collo, con gran cruenza e abbondare di sangue. La aiutava un angelo dai lineamenti femminei, che teneva la gola del uomo con una smorfia di vuoto disprezzo, Sembrava che l’artista si fosse divertito ad esagerare con il  sangue, nell’abbondare di forme plastiche, in contrasti  innaturali tra luce e ombra degni di un Caravaggio sotto l’effetto di acido lisergico, nello sballare ogni tipo di rapporto geometrico delle masse. Tuttavia non era questo che lasciò attonito Antonio. Si soffermò ad osservare come ipnotizzato il volto della vergine. I lineamenti lisci e graziosamente paffuti, le labbra carnose ma minute, gli occhi azzurri erano quelli di una certa iconografia della Madonna dell’Arco. Ma il modo in cui questi elementi erano stati messi insieme, in modo da comporre l’espressione del volto era bizzarro. Antonio si sarebbe aspettato rabbia, pietà, il dovere della punizione per il colpevole non esente da un ombra di rimorso per l’omicidio di cui l’artista rendeva testimone l’osservatore, come a dire “ nella mia divina pietà e pietosa divinità vengo a giustiziare il peccatore, prendete a esempio”. Invece no ! Nulla di materno o misericordioso. Lo sguardo del carnefice era impassibile, tetro e quasi incosciente. Eppure forse no. Antonio ci penso su. Qualcosa non lo convinceva ancora. No, quella non era incoscienza, nè fermezza. Niente di tutto questo, era qualcos’altro. Che l’artista si fosse divertito ad ingannare il committente ?. Ripenso a quella volta in cui si era trovato tra la folla a contemplare un morto ammazzato, uno tanti che impregnano l’asfalto ed il terreno di Napoli. Era lì, frammenti di cervello accanto alla testa. Si trovava fuori ad un bar quando era stato raggiunto da un colpo di calibro 9 direttamente al centro della fronte. La morte che arriva veloce e se ne va. Tutti erano lì preoccupandosi più della calura che del morto. Altri restavano solo per attendere i parenti della vittima, giusto per nutrire una curiosità morbosa, giusto per assistere all’ennesimo dramma isterico, per spezzare con le urla infinite la noia di un pomeriggio qualunque o giusto per commuoversi un po’. Tra quella gente, c’era pure l’assassino. Si era messo in un angolo ad osservare insieme ad altri tutta la scena. Quando i carabinieri lo beccarono lì in mezzo, sgranocchiava tranquillamente un biscotto gelato. All’affiorare di quel ricordo Antonio capì. Non c’era stupidità in quel volto attonito, quella madonna aveva uno sguardo demoniaco, bestiale, di falsa purezza, di finta maternità.  Era la lucida e disincantata freddezza di chi si aggira nella selva, di chi ammazza senza starci su a pensare. Era la follia allo stato terminale. Lui, lui se ne era accorto e adesso era lì completamente assorto nella sua terribile scoperta.

Un grido stridulo, di donna, lo scrollo bruscamente dai suoi pensieri.
” Antò, che stai facenn….lo vuoi portare fuori sto coso o no ?”

 

 

Si misero ad aspettare l’arrivo della vecchia dietro la porta per dieci lunghissimi minuti, dopo aver svuotato la casa. Quando questa arrivò aveva già appreso della sua terribile sorte dalle sue cose gettate sulla strada dai ragazzi. Disperata, gemente a dare dei colpi alla porta , chiusa da dentro con la catenella di sicurezza. Ogni colpo portava con più forza nella casa il suo piagnucolare disperato condito da imprecazioni, minacce, invocazioni alla madonna. Poi la vecchia si accascio per terra senza forza : “ Non aprite, non aprite” ordinò Carluccio. Una delle donne che aveva partecipato con urla e bestemmie alla tragedia della vecchia, si occupò di lei.

 

 

 

 

Della vecchia nessuno loro ne seppe più nulla.

Che importava, adesso avevano una casa, avrebbero atteso il prossimo crescere della marea, l’onda che li avrebbe di nuovo sballottati in balia del mare.

Adesso però potevano essere se non felici, perlomeno sereni godendosi il presente.

Quella sera festeggiarono con una bottiglia di spumante e sfogliatelle offerte da Carluccio.

Adesso avevano la casa. Non c’era più da preoccuparsi.

Per il momento.

Michele e Nicola era allegri, si rincorrevano e si battevano per la casa.

Avevano però una casa tutta loro, neanche ci credevano ancora.

Fino alla prossima folata di vento, almeno.

Antonio, uscì sul balcone. Prese una boccata d’aria e accese una sigaretta. Sentì la tensione scivolare via, era stata una giornata terribile.

Adesso avevano la casa, erano tornati ad essere una famiglia normale, tranquilla.

Ma per quanto poi ?

Quella sera dopo tanto tempo Antonio scopò Concetta. Lo fece con violenza.

Concetta dimostrò di gradire.

Poi si addormentarono come una coppia normale, tranquilla.

 

April 10

La guerra dei poveri. Parte seconda

L’Apecar  arrancava al peso della famiglia Sciarra, Antonio e la moglie Concetta viaggiavano davanti con la piccola di quattro anni. I due ragazzi stavano dietro cercando di tenere a fatica i pochi mobili e i bagagli che in fretta e furia erano riusciti a caricare sul mezzo. Il più grande, Nicola, era seduto su una bisunta borsa verdastra stracolma di abiti mentre teneva a fatica un enorme comodino, cercando di non far cadere i cassetti che pericolosamente minacciavano di finire per strada ad ogni buca o dislivello in cui incappava l’Apecar. Il più piccolo Michele si teneva in equilibrio precario al centro,  con le braccia allargate su tutto ciò che era in grado di afferrare. Con il braccio destro cercava di arrivare all’estremità di un materasso a due piazze, rammollito dal tempo, con il braccio sinistro teneva a bada una spalliera comicamente barocca ( la mano ghermiva la testa dorata di un leone ). Faceva una strana figura, ritto e sudato a mo’ di Cristo sul Golgota. All’incrocio tra corso Italia e via Cadorna l’Apecar svoltò a destra. Gli assi traballarono e il carico danzò, costringendo i ragazzi ad uno sforzo ulteriore. All’improvviso Michele, appena tredicenne, lanciò un urlo verso i genitori davanti :  “ papaaaa,   è cadut’ o mellon ”.

“Strunz”, gli rivolse il fratello poco più dietro “ t’avevo detto che mi dovevo mettere io là “

“ Sto mantenendo il materasso, la rete e la spalliera, non posso fare di più”

“Strunz “, gli disse ancora più forte il fratello maggiore.

“ ohhh, basta. Domani ne compriamo un altro. Non fa niente, ma statt’accort Michè”, cerco di mediare in modo arcigno  la madre attraverso una finestrella posteriore, mentre il marito bestemmiava al suo fianco tirando in ballo i santi che gli venivano in mente.

“ Vuole fare il grande mammà, gli ho detto che non doveva mettersi davanti a tutto”

“ si, ma mo’ lascia stare, non fate cadere niente altrimenti vostro padre scende e vi piglia a calci a tutti e due “. Il più grande, sedicenne, accennò una reazione di rivolta poi tutti e due si ammutolirono per il resto del viaggio.

 

Via Risorgimento, tutta un'altra storia. Su quella strada abitava il sindaco ed un paio di consiglieri comunali, per questo il tratto era asfaltato alla perfezione e l’improbabile veicolo con il suo improbabile carico ebbe strada facile. Concetta teneva a bada la bambina, che sbraitava e si muoveva in quel loculo che era la cabina guida, il caldo micidiale di certo non aiutava la donna che alternava schiaffi e carezze alla piccola irrequieta sulle sue gambe. Antonio al suo fianco, mostrava segni di un stanchezza e guardava torvo la strada lì davanti a sé, braccio fuori dal finestrino, maglietta  bianca con l’immagine di un giovanissimo Pino Daniele. Apriva la bocca solo per bestemmiare per una buca o inveire contro qualcuno che si addormentava al volante e rallentava la loro corsa. Era concentrato nel fare arrivare il baraccone di cui era alla guida nel più breve tempo possibile a destinazione. Il tempo lo ossessionava dall’inizio della mattinata. Da quando avevano ricevuto quella telefonata, da quando avevo cominciato a caricare l’Apecar ogni minuto perso lo faceva andare in bestia, in balia di una frenesia che lo angosciava. Si era stancato di dover sempre correre e di svegliarsi sempre all’alba la mattina. Sempre in cerca di qualcosa da dover raccogliere, con il futuro continuamente in discussione, senza speranza in un limbo atroce come quello della sopravvivenza. D’altronde quale peggiore condanna, per lui quarantenne capo di famiglia disoccupato e senza casa, che quello di essere sballottato nel vortice  amorfo di una società che ti chiede di arrivare senza farti domande, senza respirare, per poi piazzarti davanti un muro ogni maledetta volta. Si sentiva costretto a correre senza avere nessuna aspettativa, senza mai veramente vivere o meglio sentirsi felice.

Anche quel giorno era cominciato correndo.

 Via Risorgimento la fecero rapidamente, bisognava attraversare la Provinciale per almeno due chilometri e poi svoltare a destra. Antonio tese il volto preoccupato. Quel tratto di provinciale avrebbe potuto significare impattare in un posto di blocco dei Carabinieri, spesso e volentieri si piazzavano proprio sotto al viadotto all’altezza dell’imbocco dell’asse mediano. Lo attraversano in un fiato, senza ostacoli o impedimenti. Al momento di svoltare passarono accanto ad un rivenditore ambulante di granite al limone, Antonio sentì i ragazzi dietro implorare qualcosa ma non ci fece caso. Non potevano fermarsi. Ora erano in via “Fosse Ardeatine”, vicolo stretto e a senso unico, strada senza importanza. Non erano troppo lontani.

 

 

 

Dopo Via “Fosse Ardeatine”, l’Apecar in equilibrio precario si impegnò in un’altra stradina secondaria questa volta con il manto stradale devastato. Il mezzo carico fino al limite di sopportazione procedeva a passo d’uomo, ed i ragazzi già provati per il gran caldo ed il sole cocente, a petto nudo, sudavano come fontane. Già si scorgeva dalla fila di alberelli smorti che cingeva la via,  il profilo del Parco Celeste con le sue torri ritte in una posa comicamente zelante. Era  lì che dovevano arrivare. Lì dove in un’aberrante disegno architettonico, ispirato da miopi politicanti, si era deciso di relegare in quarantena i disperati della terra. Gli alloggi di edilizia economica e popolare, dove popolare suona come basso, indegno, feccia. Lì dove la miseria umana e fisica alligna e germoglia. Lì dove il puzzo, puzzo di morte, non può arrivare alle narici sensibili della gente perbene. Enormi scatole di cemento armato allineate, quasi senza soluzione di continuità, senza infrastrutture né zone verdi che non siano state trasformate in piazze di spaccio o purulente alcove per tossici di varia specie. Un alveare di disagio e criminalità.

Il Viale che conduceva all’ingresso del parco era completamente deserto a quell’ora del giorno. Costeggiavano una linea di palazzi di venti piani ciascuno, tutti eguali nel loro colore azzurrino che un tempo si voleva accogliente ma che adesso suggeriva solo freddo sarcasmo. Ognuno di questo uguale a sé stesso, ogni piano con una piccola balconata ed ai piani inferiori delle inferriate, qualcuno si era permesso una parabola, qualcun altro ancora aveva degli infissi in alluminio come a suggerire che dietro quei miseri edifici si celava anche della ricchezza. Sull’altro lato del viale c’era invece campagna, o quello che ne restava. Sui marciapiedi i cassonetti stracolmi davano un tono ancor più fetido al tutto, erano mesi che i giardinieri comunali non si occupavano di ripulire le fenditure tra un sampietrino e l’altro delle sterpaglie bruciate dal sole. Finalmente il cartello che dava il benvenuto agli avventori del Parco, per un vezzo la scritta era anche in inglese, francese e tedesco.  Subito dopo l’enorme scuola elementare “ Gaetano Filangieri”. Era stata costruita contestualmente al Parco, per accogliere i tanti bambini che ci abitavano. Gli avevano dato il nome di un illuminista per testimoniare che solo con la ragione e il progresso si può arrivare a stoccare in quel modo il proletariato e sottoproletariato urbano.

Dovevano orientarsi in quel dedalo di costruzioni ed arrivare alla 4B, interno 2. Passarono davanti ad un gruppo di ragazzini dall’aria poco accogliente, che se la rideva di gusto alla vista del malmesso carrozzone. Uno di questi, lanciò una pietra che passo non troppo lontano da Michele che saggiamente non rispose. Poi giunsero in prossimità di una struttura quadrangolare a due piani, con un alto cancello : era una sezione dell’Asl, chiusa da tempo e semi abbandonata. Svoltarono, a destra e presero il Viale “Eleonora Pimentel Fonseca” . Altre due file di squallidi palazzi. Quello che cercavano era il terzo sulla sinistra. L’Apecar sostenne un ultimo stoico sforzo, nell’affrontare una serie di dossi. Erano giunti a destinazione.

 

Continua....

March 19

La guerra dei poveri . parte prima

Non aveva mai fatto così caldo a Napoli come quel 12 Agosto. La canicola era piombata sulla città e perdurava da venti giorni ormai, incessante. Solo le formiche allineate al lavoro, resistevano. Su Corso Italia, alle quattro circa del pomeriggio di una domenica desolata l’asfalto quasi bolliva. La lunga arteria che collega alcuni paesi della sterminata periferia napoletana era attraversata di tanto in tanto solo da qualche auto e da qualche cane randagio in cerca di ristoro. Quel giorno tutti se ne erano andati al mare, ad affollare le spiagge in riva ad un mare che da decenni aveva perso la sua bellezza ed il suo colore. Ai due lati della via due file di case basse e stinte a malapena  restituivano un po’d’ombra alla terra. A chi avesse voluto dedicare attenzione a quelle palazzine a coorte che tra famiglie ed immigrati stipati a decine in umide stamberghe arrivavano ad ospitare anche un centinaio di persone, avrebbe notato qua e là le vestigia di una perduta bellezza. Qualche pezzo di cornice, tratti di affreschi che non avevano resistito al tempo e all’incuria, timpani e colonne, due statue decapitate e sformate ai lati di una balaustra. Testimonianze di un’antica ricchezza contadina devastata dal cemento e dall’ipertrofia demografica della città.

All’angolo tra via Cadorna e Corso Italia, il bar “belle epoque” avevo appena riaperto i battenti dopo la pausa pomeridiana e faceva uno strano effetto con le sue decorazioni malamente moderniste, fatte di lastre argentate stile iperspazio e simili. Anche i due tavolini all’esterno, deserti, cercavano a fatica di darsi un tono futurista. Il gestore aveva persino provveduto a sistemare all’esterno un tabellone,  che stonava   con tutto il resto, in cui si annunciava l’happy hour per le cinque e mezza. Dentro la televisione affissa in alto era sintonizzata senza scopo su una trasmissione sportiva.

Di fronte al bar, qualche passo più distante, se ne stava seduto su una seggiola un vecchio. L’età avanzata ed una malattia lo avevano condannato alla demenza e da allora trascorreva  il suo tempo a salutare tutti quelli che si trovavano a passare davanti alla sua casa con un fischio. Un tempo, dicevano i vicini, era stato un uomo estremamente intelligente. Commerciante di scarpe e padre di quattro figli che lo avevano in parte abbandonato. Ora era condannato ad una cronica e folle cordialità. Quel pomeriggio aveva avuto scarse possibilità di dedicarsi al suo unico passatempo. Sulla strada che pure portava al cimitero, neanche i morti ci erano passati.  La sua attenzione era però occupata da uno spettacolo diverso, lì sull’asfalto soffocato dal vaporoso infrangersi dei raggi del sole. Tela insolita per un dipinto a tinte impressioniste. Una enorme macchia rossa a tratti biancastra, stesa lì in modo sconnesso come se l’artista avesse calcato la mano distrattamente in certi punti, adornava il grigio e giallastro della sua cornice. Più che uno sfondo di vernice steso, era una massa polposa e raggrumata in modo diseguale. Ma il rosso vivissimo in alcuni punti, degradanti fino al bianco in altri non era che la tonalità dominante. Qua è la piccoli punti neri e decisi tratti bianco e verdastri, alcuni dei quali si ergevano come lame, arricchivano in modo estroso la composizione. Era un bel vedere tutto insieme eppure procurava disturbo. Eccessivamente barocco, violento, drammatico forse. Era troppo per quello scenario  assopito, quasi morente in cui era inscritta. Il vecchio cercava di capire cosa diavolo si fosse spiaccicato in quel modo là a terra e osservava stupito.

 

Continua.........

March 08

Tibet

Nel 1950 una delegazione di monaci e funzionari che non erano mai usciti dal Tibet venne invitata a Londra per discutere cosa l'Inghilterra poteva fare il loro paese. Venivano da un mondo povero, primitivo, ma bellissimo. Erano abituati a grandi spazi vuoti, a una natura coloratissima e loro stessi erano colorati nelle loro tuniche, nei loro cappotti e berretti.  A Londra furono ricevuti con grande cortesia e portati in giro a vedere la città. Un giorno, coi loro accompagnatori, i tibetani si ritrovarono nella metropolitana. Erano esterrefatti: tutta quella gente sotto terra ! Uomini vestiti di nero, con la bombetta in testa, leggevano il giornale sulle scale mobili, la folla si accalcava nei corridoi correndo per salire sui treni in partenza ; nessuno parlava a nessuno, nessuno sorrideva ! Il capo dei tibetani si rivolse, pieno di compassione, all'accompagnatare inglese e gli chiese: " Cosa possiamo fare per voi " ?
February 14

"Che orrore, che orrore"

 
 
" No, non mi seppellirono, sebbene ci sia un periodo che ricordo confusamente, con un brivido di stupore, come un passaggio attraverso un mondo inconcepibile senza speranza e senza desiderio. Mi ritrovai di ritorno nella città sepolcrale sdagnato alla  vista di gente che si affrettava nelle strade per andarsi a rubare a vicenda un po' di denaro, a divorare i suoi piatti infami, a tracannare la sua birra rancida, a vagheggiare i suoi sogni stupidi e insignificanti. Quegli individui invadevano i miei pensieri. Erano degli intrusi la cui conoscenza della vita costituiva per me un'irritante pretesa, tanto mi sentivo sicuro che essi non potessero in alcun modo sapere ciò che sapevo io. Il loro comportamento, semplicemente quello di gente comune  che svolge i suoi affari convinta di essere perfettamente al sicuro, mi ripugnava come l'oltraggiosa sicumera della follia di fronte a un pericolo che non è in grado di valutare. Non provavo una voglia particolare di illuminarli, ma incontravo una certa difficoltà a trattenermi dal  ridere loro in faccia, tanto l'avevano piena di sciocca importanza. "
 
                                                                               Conrad
 
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